Natura 2000, le rete Ue di aree protette che nessuno conosce


Castelluccio di Norcia (Ielardi)
Il 78% dei cittadini europei non ne ha mai sentito parlare. Ma solo in Italia ne fanno parte oltre 3 mila siti

Gli aironi guardabuoi della valle del Mignone, i papaveri di Castelluccio, le paludi di Melerte. Solo un assaggio delle 3 mila aree distribuite in tutto il territorio italiano che appartengono a Rete Natura 2000. La rete ecologica creata dieci anni fa dall’Unione europea per preservare la biodiversità, le zone faunistiche e gli habitat a rischio dei Paesi comunitari.

Peccato che la ricerca Flash Eurobarometer abbia certificato che quasi nessuno la conosce. E non solo in Italia, visto che l’indagine segnala che il 78% dei cittadini europei non ha mai nemmeno sentito parlare di Natura 2000. Compresi gli agricoltori, circa l’80% ignari della rete.
PARADOSSO – Un dato paradossale se si considera che, soltanto nel nostro Paese, ci sono migliaia di agricoltori che operano nelle aziende agricole collocate nei siti di importanza comunitaria (Sic) e nelle zone di protezione speciale (Zps). Agricoltori che non solo lavorano in quelle aree, ma che ogni giorno si trovano a fare conti, senza ricevere nessuna agevolazione o indennizzo, con il ventaglio di restrizioni e i vincoli di una zona protetta. Un problema di comunicazione non piccolo, che nel nostro Paese si tenta di risolvere con il progetto Fare Rete su Natura 2000 in Italia (FA.RE. NA.IT)

PROGETTO FARENAIT – Un programma da quasi 2 milioni di euro, per metà finanziato dalla Ue e sviluppato all’interno del programma comunitario Life, che in tre anni dovrebbe coinvolgere tutte le regioni italiane per risolvere il problema della scarsa conoscenza della rete ecologica europea. A guidarlo il Centro turistico studentesco e giovanile (Cts), l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), la Coldiretti, alcune regioni già aderenti e i ministeri dell’Ambiente e delle Politiche agricole. Un lavoro già partito e che ha permesso di individuare i primi problemi. Tra questi, la mancanza di integrazione tra le amministrazioni competenti nel settore ambiente e agricoltura e la scarsa informazione nelle aree agricole e rurali.

MANCANZE – «Il mancato coinvolgimento delle istituzioni», spiega Stefano Di Marco, vice presidente del Cts, «ha fortemente penalizzato la conoscenza di Natura 2000». Una mancanza che ha impedito anche una strategia unica di comunicazione. «La scarsa sinergia tra i dipartimenti Ambiente e Agricoltura ha reso la rete ecologica europea sconosciuta non solo al grande pubblico, ma anche al mondo rurale che lavora al suo interno». Non coinvolgendolo in sede di programmazione e pianificazione. «Serve un piano di comunicazione che segua obiettivi strategici, sia per valorizzare i siti che per veicolare tra agricoltori e allevatori i benefici e le opportunità che la Rete Natura 2000 può offrire alle loro attività aziendali». Uno sforzo che andrebbe fatto non solo per tutelare uno straordinario patrimonio di biodiversità naturale, ma anche per farne un volano economico. «All’interno del progetto Farenait», aggiunge Di Stefano, «stiamo anche pensando alla creazione di un marchio per i prodotti realizzati con materie prime che provengono dalle zone di Rete 2000».

AGRICOLTORI NELLA RETE – Tutelare la biodiversità degli habitat naturali che fanno parte della rete ecologica europea è diventata per gli agricoltori motivo di preoccupazione. Soprattutto per la serie di vincoli e restrizioni che ruotano attorno alle aree dove sono presenti elementi di fauna e di flora di pregio. Per esempio, il divieto di sfalcio per fare il foraggio nelle zone di nidificazione degli uccelli, oppure il divieto di arature agricole. Il tutto senza nessun principio di compensazione. «Gli agricoltori», spiega Tony De Amicis, direttore della Fondazione Campagna amica, «hanno maturato una grande consapevolezza per la tutela del territorio, introducendo tecniche agronomiche che preservano gli habitat naturali». Una presa di coscienza che il mondo rurale sta sviluppando anche con la ricerca della biodiversità alimentare e l’allevamento di specie antiche. «Ma i limiti imposti ricadono sulla produzione.», conclude De Amicis. «Chiediamo che si trovi una compensazione adeguata, per non mortificare il lavoro agricolo».

PATRIMONIO NATURALE – Nella rete ecologica ci sono migliaia di luoghi incontaminati, inseriti principalmente all’interno di aree protette e che occupano circa il 20% del territorio italiano. Un cartello di mete immerse nella natura che presto potrebbero diventare appetibili dal punto di vista turistico. Ma anche per creare posti di lavoro e per vendere prodotti biologici e sviluppare attività collaterali come agriturismi e fattorie didattiche. «Tra le prossime iniziative», conclude Di Marco, «stiamo pensando di allargare il giro turistico della rete e di realizzare guide informative e applicazioni che contengano l’elenco e le peculiarità dei siti naturali».

Carlotta Clerici
18 ottobre 2012

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