La sostenibilità può fare decollare le imprese

L’Italia perde posizioni nella graduatoria di competitività «verde»
Corriere.it
I top manager del made in Italy sono in maggioranza convinti che la sostenibilità e l’attenzione per l’ambiente siano fattori di competitività per le imprese. Ma l’Italia nel suo complesso arriva ventisettesima sui 32 Paesi presi in esame dall’indice internazionale di competitività sostenibile di Rga, che sarà presentata giovedì 18 ottobre al Sap Sustainability Forum. Dietro a noi restano solo il Perù, la Grecia, la Russia, l’Egitto e il Bangladesh.

Ai vertici della graduatoria c’è la Svizzera, seguita da Singapore, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi.
PIÙ COMPETITIVITÀ – Sembra una contraddizione, ma l’indagine Sostenibilità in tempi insostenibili segue criteri rigorosi, che partono dall’indice di competitività del World economic forum – in cui l’Italia quest’anno si è piazzata a quota 42, fra Polonia e Turchia – enfatizzando alcuni fattori conclamati di sostenibilità e attenzione all’ambiente per dare maggiore peso a questi aspetti. «Non c’è alcun dubbio sul fatto che in Italia la sostenibilità nel business venga interpretata in maniera diversa rispetto all’estero», conferma Carlo Cici, partner di Rga e coordinatore dell’indagine, realizzata insieme a Sap e a Green Business. «Malgrado l’opinione dei manager che abbiamo sentito sia in prevalenza concorde sul valore strategico della sostenibilità, la stragrande maggioranza la considera un elemento di competitività solo sul lungo termine e non nell’immediato». E come noto la sensibilità dei manager nei confronti delle strategie di lungo termine è molto differenziata.

PAROLE E FATTI – Del resto anche l’agenda politica internazionale sembra dedicare sempre meno tempo, risorse e impegno alla sfida dello sviluppo sostenibile. Negli Stati Uniti, quattro anni fa, Barack Obama aveva vinto la sua prima campagna elettorale puntando sulla green economy come motore di sviluppo del Paese, ma poi parecchie iniziative ambientali, anche di grande rilievo, sono rimaste sulla carta: dalla creazione di un mercato dei crediti di emissione, che permettesse di ridurre dell’80% le emissioni di anidride carbonica entro il 2050, alla rendicontazione annuale delle performance energetiche del Paese. In Europa la crisi del debito e le pressioni dei mercati hanno spostato l’attenzione su altre priorità. Il disimpegno è culminato nel fallimento di Rio+20: i governi, in complesso, non hanno deciso d’intraprendere la strada della sostenibilità come una via strategica per disegnare il futuro, ma di comprimere al minimo gli investimenti con un ritorno non immediato. Questo trend generale si riflette nei risultati dell’indagine: «Ci siamo trovati di fronte a una spaccatura netta fra le aziende che ci credono e quelle che non ci credono. Chi aveva già cominciato a integrare la sostenibilità nel proprio business in anni non sospetti, ora raccoglie risultati e continua ad investire. Viceversa, le imprese che erano state attratte dalla sostenibilità solo come fattore di marketing, perché oggi va di moda, e avevano concentrato la loro attenzione sulla comunicazione, si sono rese conto che parlare di sostenibilità senza farla è più un costo che un’opportunità», precisa Cici.

DIVERSE PROSPETTIVE – Si prospetta quindi l’esistenza di una forma di sustainability divide fra le aziende con alta e bassa cultura della sostenibilità, che si riflette, come il digital divide, anche nelle prestazioni economiche e finanziarie. Le aziende con un alto tasso di sostenibilità, infatti, tendono a comportarsi in maniera radicalmente diversa rispetto alle altre, con evidenti ricadute sui risultati. L’indagine realizzata da Rga, confrontata con quella condotta nel 2009, dimostra che la forbice fra le aziende che investono in sostenibilità e quelle che sono già entrate nella fase di disimpegno si sta allargando. La crisi, in quest’ottica, è probabilmente un acceleratore di un processo che era già in atto. «Molti manager vedono la sostenibilità come un lusso, che non ci si può permettere in tempi di crisi», rileva Cici. Altri, all’opposto, reagiscono aumentando l’impegno nella sostenibilità, considerata un valore aggiunto essenziale per avere successo nei mercati globali, alla pari con l’innovazione e l’alta qualità del prodotto. Ma questo atteggiamento, tipico delle grandi società internazionali, in Italia è largamente minoritario.

Elena Comelli
15 ottobre 2012

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