Dalle cave ai parchi naturali: l’impatto ambientale diventa amico

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Le cave e le miniere sono indubbiamente tra le attività a maggiore impatto ambientale sul territorio. L’Italia è «ricca» di cave di tutti i tipi, da cui si ricavano argille per mattoni, calcari per cementi, marne, sabbie e ghiaie per edilizia e costruzioni). Una volta terminato il ciclo economico di una cava – circa trent’anni – questa però può essere «riciclata», ossia recuperata per essere reinserita nel paesaggio. Ma la normativa da sola non basta, poiché occorre diffondere anche in questo ambito la cultura della sostenibilità.

Le Linee guida su progettazione e recupero delle aree estrattive

COLLABORAZIONE – Dalla collaborazione tra Legambiente e Aitec (Associazione italiana tecnico economica cemento, che fa parte di Confindustria) sono nate le Linee Guida su progettazione, gestione e recupero delle aree estrattive (che saranno presentate il 7 novembre a Rimini nell’ambito di Ecomondo) con le quali si dimostra come sia possibile conciliare l’attività di escavazione con la tutela del territorio. In particolare sono sei gli ambiti in cui, nelle fasi di progettazione, gestione e recupero, si possono ridurre gli impatti ambientali: aria, acqua, suolo e sottosuolo, rumore e vibrazioni, paesaggio, flora e fauna.

ESEMPI – Per esempio, per limitare l’emissione di polveri si possono orientare gli scavi in funzione della direzione dei venti, bagnare piste e piazzali percorsi dai mezzi da cava, e sospendere i lavori nei giorni ventosi. Inoltre conservando il suolo asportato in fase di scopertura, lo si può riutilizzare per opere di recupero ambientale. Oppure per diminuire i rumori vanno utilizzati macchinari innovativi a emissioni ridotte e pannelli fonoassorbenti per gli impianti. Se i lavori di cava vengono fatti procedere dall’alto verso il basso con cantieri «schermati», si diminuisce l’impatto morfologico degli scavi. Infine valutando l’alterazione dell’habitat, si riesce a ridurre la perdita di patrimonio forestale e la modifica degli elementi che costituiscono l’ecosistema.

RESTITUZIONE – La vita media di una cava è di trent’anni, ma seguendo le indicazioni delle Linee guida è possibile restituire il territorio alla collettività in tempi molto più brevi, iniziando gli interventi di recupero ambientale contestualmente alla lavorazione dei terreni. Nelle Linee guida vengono evidenziati i casi virtuosi di cave e miniere dismesse che sono state già trasformate in aree protette, parchi naturali, percorsi turistici e didattici, osservatori panoramici e dedicati al birdwatching. Molti ex cantieri per l’estrazione di materie prime, sottoposti a recupero ambientale, hanno infatti riacquistato valore e ora contribuiscono alla conservazione della biodiversità locale. «Siamo consapevoli di come l’attività estrattiva causi inevitabilmente un cambiamento dello stato dei luoghi», afferma Aitec, «generando impatti sull’ambiente. Vogliamo mettere in campo tutte le azioni che possano non solo mitigare gli impatti, ma rendere possibile un recupero ambientale tale da creare nuovo valore naturalistico, apportare benefici alla biodiversità e agli ecosistemi, offrire nuovi spazi fruibili alla collettività».

VALORIZZAZIONE – «Non è fermando le cave in Italia, magari delocalizzando le attività, che si darà risposta ai problemi», aggiunge Legambiente. «Le attività estrattive sono un tema importante per guardare al futuro del nostro Paese e l’impostazione che proponiamo con Aitec guarda da subito a come quell’area tornerà alla comunità. Perché sarà inevitabilmente diversa ma non degradata, anzi valorizzata da un punto di vista delle potenzialità ecologiche».

Redazione Online5 novembre 2012

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