Petrolio: divorzio tra rischi e benefici

Crescita?? Sí, nella velocitá verso la distruzione e la morte

Antonio Cianciullo. Repubblica.it

Il rischio, nella sua potenzialità, è chiaro: 70 piattaforme di estrazione di petrolio che potrebbero sommarsi alle 9 già attive nel mare italiano. Ma il vantaggio? E’ un vantaggio che giustifica i 15 miliardi di investimenti ipotizzati e il rischio ambientale? E gli intestatari del rischio e dei benefici coincidono?
Sono le domande a cui ha provato a rispondere un convegno organizzato da Greenpeace, Legambiente e Wwf, partendo dalle ultime stime del ministero dello Sviluppo economico secondo cui nei nostri fondali marini ci sarebbero 10,3 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe. Ebbene, ai consumi attuali queste riserve coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Utilizzando il petrolio presente nel sottosuolo, concentrato soprattutto in Basilicata, il totale delle riserve certe nel nostro paese verrebbe consumato in appena 13 mesi.
Dunque una crescita effimera pagata con il rischio di un possibile inquinamento duraturo (con un impatto sul turismo decisamente superiore ai vantaggi ipotizzabili).

Ma non basta. In tempi in cui la bilancia del dare e dall’avere dal punto di vista fiscale è  giustamente osservata con molta cura, gli ambientalisti fanno notare che le prime 20 mila tonnellate di petrolio prodotte annualmente in terraferma, come le prime 50 mila tonnellate di petrolio estratte in mare, i primi 25 milioni di metri cubi di gas in terra e i primi 80 milioni di metri cubi in  mare sono esenti dal pagamento di aliquote allo Stato.

Inoltre “le aliquote (royalties) sul prodotto estratto sono di gran lunga le più basse al mondo e sulle 59 società operanti in Italia nel 2010 solo 5 le pagavano (ENI, Shell, Edison, Gas Plus Italiana ed ENI/Mediterranea idrocarburi)”. Di qui la bocciatura senza appello dei piani di sviluppo governativi: “Nel decreto Cresci Italia l’incremento delle royalties dal 7 al 10% per il gas e del 4% al 7% per il petrolio è semplicemente ridicolo, visto che nel resto del mondo nei Paesi avanzati si applicano royalty che vanno dal 20% all’80% del valore degli idrocarburi estratti”.

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