L’Ilva non è un’isola: oltre 50 i siti «critici»

L'Ilva a Taranto
L’Ilva a Taranto

L’emergenza ambientale, in Italia, non ha solo il volto dell’Ilva di Taranto. Si calcola che almeno 9 milioni di italiani vivano in zone altamente inquinate e che ogni anno muoiano 1.200 persone a causa dei veleni industriali liberati nell’aria, nell’acqua, sui terreni. Secondo l’ultimo rapporto sulle condizioni ambientali del continente dell’Agenzia europea dell’ambiente (Eea, con sede in Danimarca, a Copenaghen) sono oltre cinquanta le aziende e i siti italiani fortemente inquinanti.

EEA – L’organismo dell’Unione europea, istituito nel 1990 e operativo dal 1994, ha individuato 622 stabilimenti industriali altamente problematici. Il numero e la tipologia delle industrie italiane all’indice non è irrilevante: nella black list dell’Eea ce n’è per tutti i gusti: filiali o succursali di colossi come il gruppo Eni, Italcementi, Enel, A2A, fino alle aziende a conduzione familiare. Realtà con fatturati a molti zeri, ma produttrici di alti tassi di inquinamento. Sono centrali termoelettriche, inceneritori, poli petrolchimici, raffinerie, cementerie, disseminati un po’ ovunque nel Paese, con una maggiore concentrazione in Lombardia e nel Nord Italia.

GLI INTERESSI IN GIOCO – Stando alla lista dell’Eea, l’Ilva di Taranto non è esattamente «la bestia nera» che crediamo: con un’emissione di 5.160.000 tonnellate di anidride carbonica all’anno, l’Ilva si situa «solo» alla 52ma posizione. Ma sul podio più alto dei siti industriali italiani maggiormente tossici, al diciottesimo posto della lista Eea, troneggia un altro sito pugliese: la centrale termoelettrica a carbone Federico II, di proprietà dell’Enel, situata nella contrada di Cerano, a pochi chilometri da Brindisi. Perché della Federico II, in testa alla graduatoria «italiana» dell’agenzia Eea, non parla nessuno? In Italia ordinanze, esposti alle procure, arresti e sequestri sono direttamente proporzionali, in numero e frequenza, alla consistenza numerica delle morti o delle malattie altamente sospette. Già nel 1994 in Veneto il polo industriale di Venezia-Porto Marghera, di cui fanno parte la raffineria dell’Eni (al 403° posto nella lista dell’Eea) e l’impianto termoelettrico Enel di Fusina (oggi al 108° posto fra le 622 fabbriche pericolose segnalate) fu oggetto di un’indagine della magistratura. Ma per aprire l’inchiesta furono «necessari» 5 milioni di metri cubi di rifiuti tossici e 157 morti.

DIOSSINA E PCB – A Verona, città dove il gruppo Riva (proprietario dell’Ilva) ha un altro stabilimento, l’omonima acciaieria sputa in eternit. Ma le autorità si dicono serene. Problematica anche la centrale elettrica a carbone di Vado Ligure: di centrali simili, come quella di Porto Tolle, si discute perché costruite vicino a un parco naturale. Di Vado Ligure nessuno parla, eppure da quarant’anni brucia fino a 5 mila tonnellate di carbone al giorno. Con effetti fino a quasi 50 chilometri: Genova, ma anche località turistiche come Varigotti e Loano. Anche in Sicilia i veleni abbondano, dalle raffinerie nel Siracusano al petrolchimico di Gela. A Priolo e Augusta i morti di tumore sono il 10 per cento in più rispetto al resto della Sicilia, e superano il 20 per cento quelli per tumore al polmone. Dal 1990 è scattato persino l’allarme malformazioni genetiche. Anche nel petrolchimico di Gela, in provincia di Caltanissetta, il disagio è altissimo. Molti operai che hanno lavorato nel reparto dedicato alla cloro-soda si sono ammalati di tumore e una ventina sono già morti. In Sardegna la Eea segnala (alla 69ma posizione) un sito pericoloso in provincia di Cagliari, dove ha sede la raffineria più grande d’Italia: è l’impianto Saras a Sarroch, della famiglia Moratti. Un complesso situato a ridosso del paese (molte case sono vicinissime ai serbatoi), ma che importa? È vitale per l’economia locale e non solo: la capacità di produzione dell’impianto è pari al 15% della capacità italiana di raffinazione. In Italia nonostante le inchieste giudiziarie, gli impianti, in nome degli affari, continuano a funzionare. Monica Frassoni, presidente dello European Green Party (il Partito Verde europeo) da Bruxelles commenta: «In Italia il controllo e la riconversione degli impianti inquinanti sono impediti da pesanti connivenze politico-amministrative e dalla corruzione praticata da molti industriali». Le leggi ci sono, ma non vengono applicate, denuncia Frassoni, secondo cui «non serve uno scontro tra ambiente e industria: basta riconvertire le industrie più impattanti. Ed è urgente avviare la bonifica di vaste aree industriali: l’Europa mette a disposizione importanti fondi strutturali».

Ferruccio Pinotti
Carlotta Zavattiero20 settembre 2012

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