Idrogeno: l’Italia vuole giocare da protagonista.

Corriere

Dopo la centrale di Fusina, nuovi progetti in Puglia. E il Pentagono si interessa ai generatori portatili

MILANO – Italia all’idrogeno. Un quadro, quello del nostro Paese, che quando si parla di tecnologie legate all’idrogeno diventa difficile da decifrare. Da una parte le resistenze, legate ai costi alti di produzione e alla mancanza di una normativa specifica, le difficoltà di stoccaggio e le preoccupazioni per la sicurezza. Dall’altra, quell’intelligenza e creatività tecnologica tutta italiana, in grado di superare con le proprie eccellenze qualsiasi tipo di problema.

È sotto questa luce che brillano, nel buio preindustriale che avvolge lo sviluppo di una nuova tecnologia, le persone e le società che hanno raccolto questa grande sfida energetica. Lavorando, in una fase che gli esperti chiamano dimostrativa, su due filoni principali: l’idrogeno come vettore d’energia pulita oppure, miscelato al metano, come combustibile. Per cercare di tenere il passo dei Paesi più avanzati come la Germania, al primo posto in Europa per quello che riguarda gli investimenti e le strategie continuative per le applicazioni delle tecnologie all’idrogeno.

 

SFIDE – Tra le prossime sfide italiane, quella della Puglia dove Ciaotech-Pno ha coordinato Engineering, Enel, Regione e altri partner internazionali nella richiesta di fondi Ue per la realizzazione di un impianto che immagazzinerà energia verde per metterla a disposizione della società civile. Un sistema da 23 milioni di euro e a zero impatto ambientale che potrebbe diventare il più grande d’Europa. Il tutto grazie a sole, vento e celle combustibili (fuel cell) che scompongono acqua in idrogeno e ossigeno per trasformarli in energia elettrica.

IL PROGETTO INGRID – A sviluppare il progetto pugliese, chiamato Ingrid, un team internazionale che parte dall’idea del professor Fabrizio D’Errico del Politecnico di Milano. «Quello che stiamo realizzando», spiega l’ingegnere Marco Romeo, amministratore delegato di Ciaotech (Pno Group), «è un ciclo chiuso e l’idrogeno viene usato come vettore d’energia. L’energia eolica e solare alimenterà una serie di elettrolizzatori che scompongono l’acqua in molecole di ossigeno e di idrogeno. Poi, in maniera controllata, l’idrogeno prodotto verrà stoccato e l’energia elettrica rilasciata dalle fuel cell immessa nella rete. L’energia prodotta servirà ad alimentare un parco di trasporto elettrico per i cittadini, riducendo drasticamente le emissioni di CO2. Insieme al governatore della Puglia Nichi Vendola ed Enel», conclude Romeo, «stiamo individuando la città più adatta per accogliere questo sistema. La scelta, per adesso, vede in prima fila Bari e Taranto».

 

 

Sistema ibrido di generatore portatile solare e cella a combustibile polimerica che immagazzina l’energia sotto forma di idrogeno (da Genport)

TECNOLOGIA ITALIANA AL PENTAGONO – Tra gli esempi positivi, il caso della Genport, spin-off del Politecnico di Milano, che ha aperto una sede nell’Indiana per fornire celle a combustibile all’esercito americano. «Si tratta di una tecnologia di nicchia che si è rivelata molto strategica per le azioni militari», spiega Paolo Fracas, ad di Genport. «Soprattutto per quelle legate alla mobilità, visto che le celle a combustibile rimangono a temperatura ambiente e sono quasi invisibili ai sensori agli infrarossi. Passare da un sistema basato sul petrolio a un nuovo paradigma energetico è molto difficile. Siamo ancora in una fase pre-industriale e la familiarità con le nuove tecnologie richiede anni. In più, per quello che riguarda l’idrogeno in Italia manca ancora una normativa precisa», conclude Fracas. «Stiamo anche lavorando sui generatori portabili, come un bagaglio a mano, che possono alimentare gli apparecchi elettrici di emergenza, gli ausiliari di bordo delle barche da diporto oppure i camper».

 

 

 

La centrale a idrogeno di Fusina

LA CENTRALE DI FUSINA –Fiore all’occhiello delle grandi opere italiane, la centrale veneziana di Fusina, situata nei pressi di Porto Marghera e prima centrale ad idrogeno al mondo di livello industriale. Realizzata da Enel insieme alla Regione Veneto e costata 50 milioni di euro. Un punto fermo di un progetto molto più ampio che si propone di convertire l’area portuale in polo tecnologico per le energie rinnovabili. Coinvolta nei programmi legati alla centrale a turbogas, la multinazionale Sol. Attiva anche nel progetto Hydrostore, finanziato da Industria 2015, per lo sviluppo pre-industiale di impianti per l’accumulo energetico tramite l’idrogeno. «Con l’Enel», spiega Aldo Fumagalli, presidente e amministratore delegato di Sol, «stiamo sviluppando progetti che vedono come protagonista l’idrogeno, sia per quelli stazionari dove viene usato come vettore energetico, sia per quelli che lo vedono impiegato come combustibile diretto. Da una parte lo stoccaggio in bombole ad alta pressione e dall’altra la produzione di miscele composte da idrogeno e metano, chiamate syngas, con percentuali di idrogeno che variano dal 15% al 30%».

 

LA SFIDA DELLA MOBILITÀ – L’unione con gli idrocarburi, secondo gli esperti, potrebbe rivelarsi utile nei grandi agglomerati urbani, compensando i costi più alti dei normali combustibili con l’abbattimento dei costi sociali legati all’inquinamento. «Per la mobilità a idrogeno», conclude Fumagalli, «è necessaria una fase intermedia. Sarebbe conveniente, data la forte distribuzione sul territorio, sfruttare la rete del metano. Usando i mezzi pubblici per muovere altri passi decisivi verso la cosiddetta società dell’idrogeno. Tra i nostri progetti, infatti, stanno per essere messi in circolazione un autobus a Trento e un veicolo per la raccolta della spazzatura a Ravenna, dotati di celle combustibili e alimentati con miscele di idrogeno e metano».

Carlotta Clerici

9 agosto 2012 | 16:53 SourceURL:file:///Macintosh%20HD/Users/toledo/Desktop/CopiaSeguridadUn%20verano%20%2363B451

Idrogeno: l’Italia vuole ?giocare da protagonista. Corriere

Dopo la centrale di Fusina, nuovi progetti in Puglia. E il Pentagono si interessa ai generatori portatili

 

 

MILANO – Italia all’idrogeno. Un quadro, quello del nostro Paese, che quando si parla di tecnologie legate all’idrogeno diventa difficile da decifrare. Da una parte le resistenze, legate ai costi alti di produzione e alla mancanza di una normativa specifica, le difficoltà di stoccaggio e le preoccupazioni per la sicurezza. Dall’altra, quell’intelligenza e creatività tecnologica tutta italiana, in grado di superare con le proprie eccellenze qualsiasi tipo di problema. È sotto questa luce che brillano, nel buio preindustriale che avvolge lo sviluppo di una nuova tecnologia, le persone e le società che hanno raccolto questa grande sfida energetica. Lavorando, in una fase che gli esperti chiamano dimostrativa, su due filoni principali: l’idrogeno come vettore d’energia pulita oppure, miscelato al metano, come combustibile. Per cercare di tenere il passo dei Paesi più avanzati come la Germania, al primo posto in Europa per quello che riguarda gli investimenti e le strategie continuative per le applicazioni delle tecnologie all’idrogeno.

 

SFIDE – Tra le prossime sfide italiane, quella della Puglia dove Ciaotech-Pno ha coordinato Engineering, Enel, Regione e altri partner internazionali nella richiesta di fondi Ue per la realizzazione di un impianto che immagazzinerà energia verde per metterla a disposizione della società civile. Un sistema da 23 milioni di euro e a zero impatto ambientale che potrebbe diventare il più grande d’Europa. Il tutto grazie a sole, vento e celle combustibili (fuel cell) che scompongono acqua in idrogeno e ossigeno per trasformarli in energia elettrica.

IL PROGETTO INGRID – A sviluppare il progetto pugliese, chiamato Ingrid, un team internazionale che parte dall’idea del professor Fabrizio D’Errico del Politecnico di Milano. «Quello che stiamo realizzando», spiega l’ingegnere Marco Romeo, amministratore delegato di Ciaotech (Pno Group), «è un ciclo chiuso e l’idrogeno viene usato come vettore d’energia. L’energia eolica e solare alimenterà una serie di elettrolizzatori che scompongono l’acqua in molecole di ossigeno e di idrogeno. Poi, in maniera controllata, l’idrogeno prodotto verrà stoccato e l’energia elettrica rilasciata dalle fuel cell immessa nella rete. L’energia prodotta servirà ad alimentare un parco di trasporto elettrico per i cittadini, riducendo drasticamente le emissioni di CO2. Insieme al governatore della Puglia Nichi Vendola ed Enel», conclude Romeo, «stiamo individuando la città più adatta per accogliere questo sistema. La scelta, per adesso, vede in prima fila Bari e Taranto».

 

 

Sistema ibrido di generatore portatile solare e cella a combustibile polimerica che immagazzina l’energia sotto forma di idrogeno (da Genport)

TECNOLOGIA ITALIANA AL PENTAGONO – Tra gli esempi positivi, il caso della Genport, spin-off del Politecnico di Milano, che ha aperto una sede nell’Indiana per fornire celle a combustibile all’esercito americano. «Si tratta di una tecnologia di nicchia che si è rivelata molto strategica per le azioni militari», spiega Paolo Fracas, ad di Genport. «Soprattutto per quelle legate alla mobilità, visto che le celle a combustibile rimangono a temperatura ambiente e sono quasi invisibili ai sensori agli infrarossi. Passare da un sistema basato sul petrolio a un nuovo paradigma energetico è molto difficile. Siamo ancora in una fase pre-industriale e la familiarità con le nuove tecnologie richiede anni. In più, per quello che riguarda l’idrogeno in Italia manca ancora una normativa precisa», conclude Fracas. «Stiamo anche lavorando sui generatori portabili, come un bagaglio a mano, che possono alimentare gli apparecchi elettrici di emergenza, gli ausiliari di bordo delle barche da diporto oppure i camper».

 

 

 

La centrale a idrogeno di Fusina

LA CENTRALE DI FUSINA –Fiore all’occhiello delle grandi opere italiane, la centrale veneziana di Fusina, situata nei pressi di Porto Marghera e prima centrale ad idrogeno al mondo di livello industriale. Realizzata da Enel insieme alla Regione Veneto e costata 50 milioni di euro. Un punto fermo di un progetto molto più ampio che si propone di convertire l’area portuale in polo tecnologico per le energie rinnovabili. Coinvolta nei programmi legati alla centrale a turbogas, la multinazionale Sol. Attiva anche nel progetto Hydrostore, finanziato da Industria 2015, per lo sviluppo pre-industiale di impianti per l’accumulo energetico tramite l’idrogeno. «Con l’Enel», spiega Aldo Fumagalli, presidente e amministratore delegato di Sol, «stiamo sviluppando progetti che vedono come protagonista l’idrogeno, sia per quelli stazionari dove viene usato come vettore energetico, sia per quelli che lo vedono impiegato come combustibile diretto. Da una parte lo stoccaggio in bombole ad alta pressione e dall’altra la produzione di miscele composte da idrogeno e metano, chiamate syngas, con percentuali di idrogeno che variano dal 15% al 30%».

 

LA SFIDA DELLA MOBILITÀ – L’unione con gli idrocarburi, secondo gli esperti, potrebbe rivelarsi utile nei grandi agglomerati urbani, compensando i costi più alti dei normali combustibili con l’abbattimento dei costi sociali legati all’inquinamento. «Per la mobilità a idrogeno», conclude Fumagalli, «è necessaria una fase intermedia. Sarebbe conveniente, data la forte distribuzione sul territorio, sfruttare la rete del metano. Usando i mezzi pubblici per muovere altri passi decisivi verso la cosiddetta società dell’idrogeno. Tra i nostri progetti, infatti, stanno per essere messi in circolazione un autobus a Trento e un veicolo per la raccolta della spazzatura a Ravenna, dotati di celle combustibili e alimentati con miscele di idrogeno e metano».

Carlotta Clerici

9 agosto 2012 | 16:53

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